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La biografia: luci e ombre
Cosa sappiamo effettivamente della biografia
di G. B. Salvi? Poche cose
per quanto concerne la sua gioventù: nato a Sassoferrato
nel 1609 e non nel 1605 come è stato a lungo creduto,
apprese i primi rudimenti dell'arte pittorica dal padre
Tarquinio, autore fra l'altro di affreschi di un certo
valore realizzati per alcuni conventi della città.
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La tradizione individua nel Domenichino,
citato fra l'altro dal Lanzi, il suo maestro.
Noi comunque non possiamo affermarlo con certezza, come
del resto non sappiamo esattamente se il Sassoferrato
seguì l'artista bolognese a Napoli, città dove probabilmente
conobbe Francesco Cozza e dipinse l'Adorazione dei Pastori
oggi esposta al Museo Capodimonte.
Le poche copie che il Sassoferrato ha realizzato delle
opere del Domenichino, non possono certamente convalidare
la supposizione precedentemente fatta, in quanto il
Salvi, nel corso della sua lunga ed intensa carriera,
si è ispirato ai modelli più vari e disparati. Al contrario
sembra più probabile che il Salvi abbia effettuato da
giovane diversi soggiorni a Perugia, il che non ci sorprende,
considerata la vicinanza tra Marche e Umbria.
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Sulla base di questa ipotesi è possibile
affermare che sin dal 1630 l'artista avesse allacciato
rapporti particolari con i benedettini del potente monastero
di San Pietro. Sappiamo con certezza che verso il 1632
l'Abate Leone Pavoni fece realizzare per l'altare della
sua cella una copia della Madonna del Giglio dello Spagna,
custodita allora in una piccola cappella vicino al convento.
La copia che si trova a San Pietro, come del resto quella
del monastero di Modena, è attribuita indiscutibilmente
al Sassoferrato. I contatti con i benedettini di Perugia
si rivelarono, come vedremo in seguito, fruttuosi e
utili per l'artista.
La prima prova che conferma la presenza del Salvi a
Roma, ci viene data dalla tela commissionatagli per
ornare il soffitto della sacrestia della chiesa di San
Francesco di Paola, dove il quadro figura tuttora. Il
pagamento dell'opera, del valore di sessanta scudi,
avvenne in tre versamenti effettuati nel luglio, ottobre
e novembre del 1641 (cf. Pollak, 1928, pag. 120).
Si noti che nel 1674 il Titti aveva attribuito erroneamente
la tela ad un certo "Gioseppino". Dallo stesso Titti
apprendiamo che la Chiesa e il Convento dei Frati Minimi
di San Francesco di Paola furono eretti a spese della
principessa "Pamphili di Rossano", la stessa che commissionò
al Salvi la tela per la chiesa domenicana di Santa Sabina
e quella destinata ai Frati Minimi. Il 15 aprile 1642
la nobildonna, di cui abbiamo poc'anzi parlato, gli
commissionò un ritratto del valore di otto scudi da
inviare a Napoli e l'anno dopo una tela destinata ad
ornare la chiesa domenicana di Santa Sabina.
Il compito affidato al nostro artista non era indubbiamente
tra i più semplici: si trattava infatti di sostituire
una tela di Raffaello, un tempo custodita nella cappella
del Rosario (o cappella d'Auxia) che sette anni prima
era stata incautamente donata al Cardinale Antonio Barberini.
Fino a poco tempo fa si pensava che la Madonna del
Rosario, opera nella quale sono stati anche raffigurati
San Domenico e Santa Caterina, fosse costata la notevole
somma di cento scudi.
Di recente il ritrovamento di un documento inedito d'archivio
ad opera di Michel Qlivier, ha ridimensionato sensibilmente
questa cifra, fissando il prezzo della tela sui quaranta
scudi; comunque sia, il Salvi a soli trentaquattro anni
realizzò una delle sue più importanti tele, considerata
a ragione il suo capolavoro.
I contatti con la principessa di Rossano continuarono
negli anni seguenti. In ogni caso, prima del 1650 costei
acquistò o fece acquistare per il suo secondo marito,
il principe Camillo Pamphili, tre quadri del Sassoferrato
che sono menzionati in un inventario anteriore a questa
data e conservato negli archivi di Palazzo Doria. Altre
opere verranno acquistate prima del 1666.
A partire dal 1640 il Salvi vive un periodo molto intenso
della sua carriera artistica dipingendo molti ritratti,
tra i quali quelli di Facchinetti e Rapaccioli entrambi
nominati cardinali da papa Urbano VIII nel 1643.
Verso il 1648 l'artista sposa Angela Miccini, una ragazza
di circa vent'anni, figlia di Ercole Miccini di Bologna.
L'atto non è stato mai ritrovato ma la data del matrimonio
è stata ricavata prendendo come punto di riferimento
l'età del loro figlio primogenito Francesco. Null'altro
si conosce purtroppo della famiglia del pittore.
L'attività dell'artista tra il 1650 e il 1660 è più
difficile da analizzare, forse perché il Salvi, a giudicare
dalle copie da lui egregiamente realizzate di tre Madonne
dipinte da Pierre Mignard (dette anche "Mignardes")
ed incise a Roma da F. de Polly, cambiando modello d'ispirazione,
mise in discussione la vera paternità della composizione
poc'anzi citata. Il resto del decennio è avvolto dal
mistero. Da "Stati d'Anime" di San Salvatore di Monti
sappiamo che l'artista dal 1657 al 1673 abitò a Roma
in via Baccina proprio a due passi dall'Arco dei Pantani,
assieme a tutta la sua numerosissima famiglia; scelta
questa alquanto strana e singolare, perché così facendo
il Salvi si allontanò sia dai quartieri borghesi che
da quelli generalmente frequentati dagli artisti. Probabilmente
fu spinto a questa decisione da motivi puramente economici.
Fatta eccezione per avvenimenti di natura strettamente
familiare (cresima dei bambini, distacco dei più grandicelli
dalla casa paterna), non viene segnalato niente degno
di nota fino al 1683. Proprio in quell'anno, l'Autoritratto
del Sassoferrato, regalato a Cosimo III de' Medici dal
cardinale Flavio Chigi di Roma, viene esposto nella
Galleria del Gran Palazzo Ducale. Questo fatto sta a
testimoniare la considerazione nella quale era tenuto
l'artista marchigiano.
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Il 29 giugno 1685 G. B. Salvi redige
il suo testamento attualmente conservato all'Archivio
di Stato a Roma. All'epoca i suoi sei figli sono tutti
vivi ed hanno un'età compresa tra trentasei e ventun
anni. L'eredità paterna viene divisa in parti diverse.
Senza entrare nei dettagli, si noti che si tratta di
porzioni di patrimonio non trascurabili, in quanto comprendono
oltre a 635 scudi in contanti ed altri beni mobili,
rimanenze di bottega, cioè ventiquattro quadri esaurientemente
descritti in un codicillo (prevalentemente Vergini
e Madonne con Bambino).
Le opere di cui abbiamo sopra accennato vengono assegnate
al figlio Stefano. Ciò ha fatto supporre che il giovane
lavorasse nella bottega paterna come semplice copista,
poiché il suo nome è restato sempre nell'ombra e non
si è mai imposto come quello del suo illustre padre.
L'8 agosto dello stesso anno il Sassoferrato morì a
Roma all'età di settantasei anni.
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Secondo quanto affermato da F. Zeri
nel corso del dibattito svoltosi a San Severino Marche
(MC) nel 1986, un documento recentemente trovato attesta
che nel 1688 Alessio Salvi legatario universale di suo
padre, diede alla sorella Agata che doveva sposarsi
con Defendio Zonca, una dote di 200 scudi. Più tardi
Alessio Salvi, avendo avuto un solo figlio maschio morto
all'età di diciotto anni senza aver contratto matrimonio,
regalò alla figlia primogenita Angela, moglie di Filippo
Veronici, la collezione dei quadri del Salvi, che nel
1906 i discendenti del pittore vendettero a Roma a 10.000
lire.
Da quella data in poi non sappiamo più nulla delle tele
appartenenti alla raccolta Veronici (Batelli, 1944).
Le notizie fino ad ora raccolte non sono sufficienti
per scrivere una vera e propria biografia! Cosa sappiamo
infatti dell'ambiente familiare e professionale di G.
B. Salvi? Cosa della famiglia della moglie Angela Miccini?
Chi può dire con certezza quali furono i suoi maestri,
quali e quanti viaggi effettuò l'artista, le persone
da lui frequentate, i suoi clienti, i prezzi da lui
praticati e se effettivamente dopo il 1650 la sua fama
si era già consolidata? Ed infine chi si occupò della
sua bottega visto che la produzione di Madonne continuò
attiva dopo la sua morte? Molte di queste domande troverebbero
sicuramente una risposta se in Italia la ricerca di
documenti inediti fosse più costante e rigorosa. Da
parte nostra siamo convinti che i vecchi registri impolverati
e gli archivi notarili non ci hanno ancora svelato tutti
i loro segreti!
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